Flower in the pocket
Due ragazzi, Li Ah e Li Ohm, crescono orfani di madre, abbandonati a loro stessi. Il loro padre, Sui, è un maniaco di lavoro (si occupa di riparare manichini rotti), chiuso nel suo mondo, isolatoi dal mondo circostante. Il desiderio dei ragazzi di ritrovare un rapporto con il padre li spinge ad adottare un cucciolo. Ma quando l’animale viene cacciato a causa dei fastidi che procura, i ragazzi subiscono un duro shock. Per la prima volta Sui comprende che tutto ciò che chiedono i suoi figli è di amare ed essere amati.

Flower in the Pocket, lungometraggio d’esordio del giovane regista malese Liew Seng Tat, - votato dalla critica cinematografica francese dei 'Cahiers du cinéma' - deve essere senza dubbio annoverato tra le novità più sorprendenti del cinema dell’ultimo anno; prima ha sbancato il Pusan Film Festival, quindi ha trionfato anche al Rotterdam International Film Festival, mettendo dunque d’accordo sia la critica orientale che quella occidentale. Il perché è presto detto: lavorando una materia fragile e delicata come quella dell’infanzia, Liew Seng Tat dimostra una gentilezza di tocco non comune. Prediligendo un impianto narrativo basato sui dettagli e sui piccoli gesti quotidiani, Flower in the Pocket si dipana, nel corso della sua ora e mezza, mettendo da parte climax ed epos e operando con sottile maestria di sottrazione. Flower in the Pocket ha ottenuto il riconoscimento per "la precisione e la leggerezza con cui riesce a toccare dei temi a volte crudeli. "Abbiamo particolarmente amato - prosegue la motivazione - la mancanza di compiacenza con cui affronta il mondo dell'infanzia".
Il film, che ha vinto quest’anno il Festival di Rotterdam, è stato anche presentato alla edizione 2008 del Pesarofilmfest, : “un film in gara sia per il Concorso che per il Premio del pubblico” – come ha detto il direttore artistico Giovanni Spagnoletti, introducendo il film.

“Un lavoro sui personaggi intenso ma sempre caratterizzato dai toni della commedia, che rispecchiano perfettamente la personalità del regista” – è stato presentato così il film dalla produttrice esecutiva, che ha vissuto quest’esperienza “in maniera molto divertente e costruttiva”.
Liew Seng Tat è nato il 30 Settembre 1979, in un’area chiamata Jinjang. E’ conosciuto nel suo paese per le sue “dark comedy” – ilari, ridicole, assurde ma allo stesso tempo toccanti. Dal suo primo cortometraggio apparso nei festival Malesi, non ha mai deluso il pubblico né la critica. Nel suo primo anno di vita non ha mai pronunciato una parole. Sua madre, sospettando che fosse muto e mentalmente ritardato, fu molto sollevata quando finalmente pronunciò la sua prima parola al suo primo compleanno.
“Almeno è solo mentalmente ritardato” – ricorda di aver detto la madre.
A cura di Simona Cappellini
Serbis
In concorso all’ultimo festival di Cannes, il riuscito film del filippino Brillante Mendoza, “Serbis” racconta la storia di una famiglia che vive in un cinema-teatro porno, nella città di Angeles (Filippine), dove uomini si prostituiscono recando servizi speciali ai clienti del cinema.
Al di fuori di quel mondo a sé stante, dove il sesso viene venduto e consumato nel retro del teatro, i membri della famiglia fanno fronte ai loro problemi personali: Nanay Flor porta in tribunale il marito bigamo e perde; sua figlia Nayda si trova ad affrontare una inaspettata gravidanza.. Tutto scorre con normalità, in mezzo ad una situazione poco comune, mentre il rumore del traffico da grande città fa costantemente da sottofondo.

Questo è il terzo film dalle Filippine a concorrere a Cannes. Un’ulteriore conferma del sempre più crescente ruolo del cinema indipendente in alcuni paesi finora considerati del terzo mondo.
Un ritratto duro e realistico della vita nelle Filippine dove le persone vanno al cinema e al teatro non per intrattenimento, ma per dimenticare, per non vedere.. Il film riporta le interviste reali, le esperienze reali delle persone che gravitano attorno a quel locale, ma nonostante l’argomento non è incentrato sul sesso ma piuttosto sulle dinamiche della famiglia, che ha fatto di quel cinema, di quel quotidiano fatto di prostituzione, la propria casa.
Mendoza non ha iniziato la sua carriera da regista. Inizialmente ha lavorato come “set decorator”, prima di entrare nel mondo della pubblicità commerciale. Quindi, grazie al supporto finanziario di un amico, è riuscito a realizzare il suo primo progetto, “The Masseur” (il massaggiatore). Poi con “Foster Child” è arrivato a concorrere a Cannes lo scorso anno.
“Dopo The Masseur ho pensato subito a produrre Serbis. Volevo trattare il sesso underground nelle Filippine. Ma sono successe un sacco di cose e il progetto si è fermato. Avevamo bisogno di fare ricerche, siamo andati nei sobborghi, a nord, a sud, per trovare un cinema come quello rappresentato. Alla fine l’ho trovato proprio nella mia città natale, e il nome del locale è Family”.
Nel suo stile, sempre comunque a sfondo sociale e politico – “perché tutto ciò accade sotto i nostri occhi senza che nessuno ne prenda mai coscienza” – Mendoza guarda in qualche modo al neo-realismo, come se il suo stile ne fosse una evoluzione, poiché è il concetto secondo lui che determina la forma. Partendo dal materiale e dal concetto si arriva ad uno stile necessariamente ultra-realistico.
A cura di Simona Cappellini