SOL PICÓ
“Il mio corpo č fatto di un coctail di tutte le tecniche apprese e ne é uscito qualcosa di curioso”.

Curioso e unico, aggiungerei. Ironico, contundente, comunicativo, coinvolgente. Pieno di energia. Positivo e critico allo stesso tempo.
Dopo aver creato la compagnia che porta il suo nome, nel 1993, la ballerina e coreografa valenziana è riuscita a farsi un nome con spettacoli come Bésame el cactus, a solo provocatorio e ironico in cui l’artista gioca con materiali diversi e con il pubblico, o Amor Diesel, coreografia per danzatrici e macchine escavatrici. Da lí la collaborazione con il Teatro Nazionale di Catalunia e la possibiltá di realizzare montaggi come La dona manca o Barbi-superstar, che esplora l’universo della donna attraverso la decostruzione e ricostruzione dell’immaginario femminile. O ancora Paella mixta, un mondo rumoroso e in rapido movimento, seductivo e combattivo, popolato di esseri strani che sembrano fuggiti dal comic e da uno strano ordine monacale.
Di certo una delle carattersitche piú evidente del lavoro di Sol Picó é la dinamicitá, la capacitá di osservare a 360 gradi, senza barriere e senza preconcetti, con un atteggiamento libero e umoristico.
Un lavoro quotidiano, portato avanti con la costanza e la serietá di una ricerca “scientifica”, un’indagine “chirurgica” sul corpo della societá in cui viviamo immersi fino al collo. É come quando stiamo seduti per troppo tempo nella stessa posizione e d’un tratto ci accorgiamo che una gamba non risponde piú agli stimoli, si è addormentata, quasi non sembra appartenerci. E allora massaggia, scuoti, pizzica, fino a che fa male da morire ma resisti e a poco a poco la coscienza torna e recuperi una parte di te che per un istante, piú o meno lungo, pensavi di avere perduto.
E ogni volta che termina uno spettacolo la voglia di avere piú, ancora, la curiositá di sapere cosa sará capace di inventarsi questa volta questa incredibile artista. Ma tranquilli, “ho ancora abbastanza danza dentro di me per un bel po’ di tempo”.
gg. Una volta hai detto che la tua danza “parte nelle tue viscere e prende forma nella testa”. Puoi raccontarci come si genera il tuo processo creativo, come si trasforma un’emozione in coreografia?
sp. Prima di tutto si genera nell’anima, inquietudine, voglia di muoverti. Mi muovo, mi muovo, mi muovo e poco a poco appare una forma. Dubbi, fare, disfare, terribile... alla fine, dopo tanto andare e venire ne esce qualcosa che mi convince. Inizia il lavoro coreografico.
gg. Alcune delle tue creazioni sono state realizzate in strada e presentano alcuni tratti caratteristici del teatro di strada. Mi riferisco in particolare a La divadivina. C’è nel tuo lavoro un interesse specifico verso la intervenzione nello spazio pubblico e pensi che potrebbe essere questa una maniera per rompere la distanza –che sembra affettare buona parte della creazione contemporanea- tra artista e pubblico “non specializzato”?
sp. Adoro sentire il pubblico vicino, il suo respiro, i suoi commenti, vedere i volti, riconoscerli… la signora che passeggia e si incontra uno spettacolo di danza che le piace... è imprescindibile.
gg. Le tue creazioni sono spesso provocatorie e sembra cerchino di risvegliare e coinvolgere lo spettatore, renderlo partecipe di quanto sta succedendo sul palco. In questo senso, che importanza dai all’ironia nel tuo lavoro? Pensi che sia un buon strumento per comunicare un messaggio?
sp. Il mondo sta molto male, e noi o meno. È imprescindibile ridere di noi stessi e rendere partecipe chi ti sta guardando.
gg. La rappresentazione della sessualitá –maschile e femminile, etero e omosessuale – è stata uno dei campi di investigazione interessanti ab bordati dagli artisti a partire dagli anni ’60. Nel caso spagnolo, a parte alcune eccezioni, il processo di recuperazione dell’elemento corporeo nella pratica artistica ha sofferto molto ritardo dovuto anche al regime franchista. Solo nell’ultima decade diverse artiste hanno iniziato a investigare in modo approfondito l’identitá femminile sotto diverse prospettive, come la fotografa Itziar Okariz o Ana Laura Aláez.
Nel tuo lavoro hai esplorato in varie forme l’universo femminile...
sp. La donna è una fonte di inspirazione inesauribile, mi risulta facile, arricchisce ed è sempre sorprendente. Anche se anche l’uomo non è da buttare.
gg. Uno dei campi di investigazione del tuo lavoro è il corpo, la sua mercificazione e oggettificazione, la sua trasformazione in non-luogo. Sembra che la differenza principale tra la centralitá del corpo nell’arte di oggi e degli anni ’60 sia l’uso massivo delle nuove tecnologie, la distanza che queste creano tra pubblico e performance. Cosa pensi del potenziale insito nell’utilizzo della tecnologia e del suo effetto in relazione al pubblico?
sp. Le nuove tecnologie sono necessarie, il buono è conoscerle e usarle... anche se io sono ancora in cammino, per il momento non mi ispirano eccessivamente.
gg. A proposito di donna e universo femminile, parlaci di MASCLetà, il progetto in cui sei attualmente coinvolta. Tre coreografe dirigono solo ballerini uomini...
sp. Come consigliera di danza nel Teatro Nazionale di Catalunia ogni stagione faccio una proposta diversa, la cui premessa è cercare l'individualitá del coreografo. In questo caso la proposta girava attorno all’uomo del XXI secolo visto da tre donne coreografe, che lavorano solo con uomini. Un buon esperimento.
gg. Qual è stata la sfida professionale piú grande con la quale ti sei confrontata?
sp. Tutto, anche la cosa piccola, comporta per me una tensione terribile, malumore e voglia di laciar perdere tutto... forse la direzione dei premi Max del 2007 è stata una delle sfide piú impegnative per me.
gg. Quale sarebbe secondo te l’aspetto della contemporaneitá piú interessante da rappresentare attraverso la danza?
sp. Passo parola
gg. Molte volte, dall’esterno si tende a vedere un paese come un tutto unico e omogeneo, sebbene al suo interno esistano differenze sociali, culturali e storiche profonde. Come definiresti la politica della Catalunia in materia di cultura e spettacolo in particolare? Come si colloca rispetto al resto della Spagna?
sp. La politica della Catalunia rispetto alla danza e alla cultura in generale è insufficiente e nella sfida del paese lascia molto a desiderare.
gg. Per molto tempo Barcellona è stata considerata (anche e soprattutto all’estero) come una “isola felice”, un paradiso per artisti e creatori in questo settore. È ancora cosí o qualche cosa è cambiata negli ultimi anni?
sp. È cambiata abbastanza, nonostante si viva molto bene. Per lo meno a me sembra una cittá completa, un poco “ripiena” peró molto bella.
gg. Ci sono sentimenti che la danza non puó esprimere?
sp. La danza puó esprimere tutto, tutto...
A cura di Giulia Guerrini

