Barcelona es una trampa


Barcelona es una trampa. Un inganno. Un trucco. La Ciudad Condal d’oggi non ha nulla a che vedere con la magica città di Eduardo Mendoza e men che meno con il luogo dai mille luoghi di Manolo Vazquez Montalbán. L’incanto è finito, l’infatuazione è terminata. O meglio, quell’incanto e quella infatuazione. Barcellona è un inganno ben servito, un trucco di alta prestidigitazione turistica. Un non luogo, il modellino esemplare della morale regnante in Occidente.



Le Olimpiadi del 1992 hanno partorito una figlia perfetta, una Barbie del sogno capitalista: bionda, occhi azzurri, fisico scolpito. E quel vestito flamenco da indossare di tanto in tanto, giusto per far piacere al visitante ed alle sue attese. In sedici anni la Barbie catalana è cresciuta, s’è fatta donna. I mondiali di nuoto nel 2003, il Forum delle Culture nel 2004. La bimba si è trasformata. Ed ha cambiato il guardaroba. “Si faccia spazio al progresso!” sembra sia stato il grido degli anni Ottanta. Un mix di yuppismo alla Wall Street e di positivismo ottocentesco. 

L’urlo liberatorio di una Catalogna (ed una Spagna) prostrata da una ferrea dittatura e da un pesante clericalismo si è però troppo presto trasformato in una gabbia dai mille colori. Il neccesario rinnovamento d’una città e di un paese abbandonati al degrado (la zona del Montjuic, il porto, vaste zone della periferia…) ha subito, forse senza nemmeno rendersi conto, la sindrome del “presto che è tardi”. Si è fatto molto, ma troppo in fretta, senza pensare alle conseguenze civiche. I vecchi quartieri sono diventati, in un batter d’occhio controllato, una mezza città di cartone, preda della ricca frenesia del popolo consumistico e consumatore. I quarteri popolari hanno fatto spazio alle aree abitabili del XXI secolo, dove nuovo e bello non significa, sempre e per forza, meglio. Non che in questa provocativa opinione voglia difendere quell’inutile refran, mai scomparso, del “Non sono piú i tempi di una volta…”.

Al contrario. Credo però che i modi, benchè non siano sempre la sostanza, molte volte finiscono quasi per esserlo. Sarebbe a dire, che la corsa impazzita ad una modernizzazione accelerata non è stata per nulla oro colato. Le necessità d’una (ri)sistemazione urbana hanno nascosto troppo spesso le ombre di scelte quanto meno opinabili. Una su tutte: la grande area destinata qualche anno fa al Forum delle Culture, che ha comportato espropriazioni impressionanti in un quartiere popolare come il Poble Nou. Sorte che, poco a poco, sta toccando anche alla bella Barceloneta, il triangolo di terra che entra nel mare tra Port Olimpic e Port Vell, abitato per lo piú da anziani. (La speculazione edilizia è probabilmente il tarlo piú preoccupante e sentito dalla popolazione.) Così non è, invece, per zone che sentono il bisogno di aria fresca e di rinnovamenti basilari, come la Mina e la Florida. Ma, d’altronde, è arduo immaginare inversioni nei bisogni primari della popolazione di quartieri poveri dove il tornaconto sarebbe praticamente nullo. Le entrate del turismo rimpinguano come nient’altro al mondo le casse del pubblico e del privato. E il loro reutilizzo non è poi nemmeno tanto accorto, come i recenti gravi problemi alle linee di metro e ferrovie locali hanno messo in evidenza.



Barcellona però piace ed incanta mezzo mondo, come una fiaba i bimbi. In Italia si respira a pieni polmoni il mito di Barcellona. Di questa Barcellona. Terra promessa del turismo massivo, meta di vacanze a basso costo, luogo di incontro e di passaggio, patria di sol, mar y fiesta. La stessa propaganda, guarda caso, che il franchismo utilizzò per promuovere il turismo straniero sul litorale mediterraneo nei dorati Sessanta. Barcellona, in fin dei conti, per i tanto criticati (ma tanto, tanto ricercati) turisti della domenica, che cosa è oltre a questa povera ed agognata triade? Paella e  sangria? Flamenco e musica latina? La cultura è uno dei pochi puntelli che la salva dallo sprofondare nell’abisso sul cui fondo lampeggiano i neon di Las Vegas.

Una cultura ricca, vivace, mai dormiente. Avanguardistica, indipendente, spesso originale. Altro dal solito tour della mezza dozzina di musei a portata di mano del turismo da weekend. Rassegne di cortometraggi e documentari, centri d’arte dove la sperimentazione domina la scena, teatri del Nuovo e dell’Eccesso, del Silenzio e della Realtà. Arte di strada, musica di strada. Cultura popolare accettata e promossa dall’Accademia. Un tornado stimolante aperto all’Africa, alle Americhe e all’Oriente, che sprigiona i suoni dell’etorodossia, come SoBarcelona ha evidenziato l’estate scorsa.

Ma rimaniamo, se così si vuole, in linea con la morale commerciale dominante, e concludiamo con una piú rassicurante carrellata. Barna è chiusa dalla piccola catena di Collserola, che la spinge nel mare. Sulla più alta collina, il Tibidabo, una chiesa di Gaudì è affiancata da un Parco dei divertimenti. Un’ampia terrazza permette di ammirare in tutta la sua ambigua bellezza la Barbie mediterranea: dalle distese dell’Aeroport del Prat alle colline del Vallés. E nel mezzo i tanti chilometri di tetti, le linee geometriche delle lunghe vie dell’Eixample, il dolce profilo del Montjuic, il gotico campanile della Catedral, le torri gemelle del Port Olimpic, le gru che sorreggono l’interminata Sagrada Familia, la Torre Agbar e, proprio sotto di noi, il verde culo della DisneyWorld di Gaudì: il Park Güell…


A cura di Steven Forti

…Ma allora da dove nasce il mito di Barcellona? Perché ogni fine settimana migliaia di italiani la scelgono come punto di fuga e ogni anno centinaia di loro scelgono di trasferirsi qua per vivere. Certo, una risposta potrebbe essere che in pochi convulsi e “fiesteri” giorni non si può che rimanere incantati dalla veste più superficiale e ammaliante della città o che l’erba del vicino è sempre più bella… Io però non credo sia solo questo e vorrei raccontarvi la Barcellona vista dagli occhi di chi ancora è vittima del suo fascino.

Credo che una delle principali ragioni per cui Barcellona non stanca mai, nonché una delle sue ricchezze, sia la “molteplicità”: le molteplici facce e le infinite sfumature che ogni quartiere racchiude in sé e che, sebbene saltino agli occhi ad uno primo sguardo, credo non si possano apprezzare veramente se non vivendole quotidianamente. Potremmo scegliere tantissimi angoli di visione e seguirli per tutta la città in una sorta di itinerario tematico (come del resto propongono le migliori guide…): la cucina, l’architettura, la storia, l’arte. Passando per il Raval, il quartiere multietnico a est delle Ramblas, dove negozi di barbiere, macellerie musulmane e ristoranti pachistani cedono raramente il passo a ostelli e bettole dall’aria decadente. Proseguendo per il quartiere gotico, con le sue piazzette e chiesette dall’aria un po’ francese; scendendo verso il Born, fino al 1700 il centro della città e che conserva la sua aria medievale, soprattutto nella graziosissima piazzette di Santa Maria del Mar; e arrivando fino alla Barceloneta, quartiere di pescatori della metà del 1700 che odora di mare e di pesce e dove i panni stesi sul balcone, le sedie fuori dalla porta per le chiacchiere pomeridiane e le viuzze anguste fanno pensare ad alcuni quartieri di Napoli o Genova.
E questo concetto di molteplicità vale naturalmente per la vita artistico-culturale. Quale maggior segno di civiltà per una città in cui ogni mattina posso svegliarmi e pensare che quel giorno, con lo stesso grado di probabilità, posso finire ad ascoltare un concerto di Wim Mertens in un grande auditorio, bere Pastis in un baretto dall’atmosfera parigina in uno dei quartieri più multiculturale d’Europa o assistere a una jam session di danza e musica in un centro sociale del barrio degli artisti. Se proprio avessimo voglia di lamentarci e cercare il famoso pelo nell’uovo, potremmo dire che con tanta offerta si rischia la paralisi da impossibilità di decisione ma per i più facili allo sbando consiglio una tattica infallibile: focalizzatevi su un solo tema e seguite l’orizzonte, senza proibirvi però occasionali incursioni in altri territori. Avete mai sentito parlare di Serendipity? E’ una tecnica sperimentata e gli incontri sorprendenti sono assicurati.

Innanzitutto bisogna dire che a Barcellona, come del resto in molte città, il circuito artistico-creativo corre su due binari: quello “uffi-istituzionale” e quello “alternativo”, fra i quali però il confine è spesso liquido. Alcuni di voi hanno forse sentito parlare del Centro di Cultura Contemporanea (CCCB), se non altro perché ogni estate organizza il “Sonar. Festival di musica avanzata e arti multimedia”, una tre giorni senza sosta in cui mostre e installazioni si alternano a concerti di circa 300 artisti della scena contemporanea. O del controverso e poco amato MACBA, il Museo di Arte Contemporanea adiacente al CCCB ma da molti considerato il cugino povero. O ancora il Centro d’Arte Santa Mónica, al termine delle Ramblas quasi affacciato sul mare, e la Fondazione Miró, la più istituzionale delle istituzioni la cui programmazione riserva però non pochi appuntamenti di interesse. E infine, perché il dulcis va sempre in fundo, il Mercat de las Flors, punto di riferimento in città per chi è interessato alla danza contemporanea, con una programmazione internazionale e una attenzione, non molto comune, a contribuire a formare una coscienza/conoscenza del panorama attuale della danza contemporanea, combinando performance con chiacchierate, video-proiezioni, laboratori, attività per i più piccoli.

Bene, sbrigata questa doverosa –per quanto incompleta- rassegna dei “templi della cultura” barcellonese, si apre tutto il panorama (più o meno) “off” della città. E quando parlo di off mi riferisco essenzialmente al tipo di lavoro sviluppato, teso –in certi casi più, in altri meno- verso la sperimentazione e il circuito alternativo dell’arte contemporanea, nel senso più ampio del termine. Ce n’è, naturalmente, per tutti i gusti e per tutti i generi, e dato che in questo spazio non sarebbe possibile menzionare tutte le realtà esistenti, mi limiterò (con molta fatica) ad alcuni flash, sottolineando un aspetto che, a mio parere, è uno dei punti di forza del panorama culturale di Barcellona: la rete, la consapevolezza che l’unione fa la forza e che collaborando si lavora di più e meglio, soprattutto in un settore dove, anche in questo paese, la stabilità sembra essere un miraggio. Anche per questo esiste XarxaProd, rete (xarxa) di produzione delle arti visive di Catalunia.

Non è sicuramente corretto dire che il cuore artistico e creativo di Barcellona sia il quartiere di Gràcia, sarebbe far torto alle molte realtà produttive che esistono in tutta la città. Però, dato che quello che vorrei fare in questo spazio è darvi un assaggio dell’atmosfera che si respira in una qualsiasi giornata barcellonese, credo che il quartiere di Gràcia faccia al caso mio. E questo perché racchiude in sé tanto il fascino retró da primi del secolo, nella sua architettura e nei suoi numerosissimi caffé, quanto lo spirito contemporaneo e creativo che hanno reso la città un modello per molte capitali europee e non solo. Svegliarsi a Gràcia la domenica mattina è un’esperienza, perché se ti capita di scendere in strada ancora assonnato e con gli occhi semichiusi puoi dimenticarti di essere in una città di oltre un milione e mezzo di abitanti. Il giornalaio ti saluterà dandoti il solito giornale prima che tu glielo chieda, all’angolo ti scontrerai con la vicina di casa e nella fila per il pane farai quattro chiacchiere con il barista del bar dell’angolo. Perché per qualche strana ragione Gràcia mantiene l’aria del paesino di periferia che è stato fino ai primi del 900, quando il piano di sviluppo urbanistico conosciuto con il nome dell’architetto Cerdà ampliò il nucleo urbano fino a inglobare la cerchia esterna.
Fedele alla sua identità di paese e all’eredità, qui molto forte, del cooperativismo, le principali realtà artistiche del quartiere hanno costituito una rete, “I nodi di Gracia”, perché la loro voce sia più forte e la maniera di arrivare al pubblico più efficace. Tutte le arti e le forme di comunicazione creativa sono contemplate. La danza e le arti del movimento con il centro la Caldera, nata nel 1995 dall’associazione di nove coreografi-artisti indipendenti. Oggi questa ex fabbrica di cinture nel cuore del barrio di Gràcia, si è convertita in centro di investigazione, creazione e produzione di spettacoli ed è un punto di incontro per professionisti e creatori del settore della danza contemporanea e delle arti sceniche. Le arti visive, con (tra le altre) l’associazione Experimentem amb l’art, che promuove strategie di approssimazione del pubblico all’arte contemporanea rivolgendo una particolare attenzione a bambini e adolescenti. O ancora Saladestar, progetto culturale che promuove azioni e progetti artistici con l’obiettivo di generare un ponte tra la creazione contemporanea e l’entorno sociale, attraverso intervenzioni nello spazio pubblico e un dialogo diretto con i cittadini. Gràcia Territori Sonor è invece un collettivo che si dedica alla sperimentazione musicale e che realizza da undici edizioni il LEM, festival di musica sperimentale che vede la partecipazione di artisti internazionali che lavorano sul suono e le sue infinite possibilità e trasformazioni. Per non parlare dei talleres (laboratori) di artisti e artigiani che lavorano spesso senza essere visti in tutti i quartieri della città; dietro ogni portone può nascondersi un mondo di creazioni e una volta all’anno ogni artista apre le porte al pubblico per mostrare il proprio mondo.
E, per uscire da Gracia, voglio citare una piccola ma interessante realtà che richiama L’Antic Teatre un antico teatro, appunto, situato a pochi passi dall’imponente palazzo della musica catalana, nel quartiere dell’Eixample, che mantiene tra le sue pareti tracce dell’architettura del XVIII secolo. Si tratta di una scena alternativa pluridisciplinare, uno spazio di creazione e promozione nonché vetrina per tutti i creatori sperimentali che per i soliti noti motivi non hanno accesso al pubblico e che desiderano far conoscere il proprio lavoro. Teatro, performance, danza, circo, multimedia, musica, letteratura, cinema indipendente, arti visuali trovano qui una piattaforma esterna al circuito artistico convenzionale, aperto alle proposte più arrischiate e innovatrici.

Per concludere questo lungo diario personale della mia esperienza barcellonese, è il caso di dire che il mito della Barcellona terra di libera espressione artistica, dove chiunque avesse voglia di mettersi alla prova e trovare terreno fertile per le proprie creazioni poteva venire e trovare soddisfazioni forse non esiste più. Non è un’isola felice, questo no, però è vero che continua a respirarsi un fervore, una voglia di rinnovarsi e soprattutto una propensione al dialogo e allo scambio che non possono che fare bene. E non solo all’arte.

A cura di Giulia Guerrini

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