Doris Salcedo
Quando una persona amata scompare, tutto si impregna della sua presenza, ogni spazio è un ricordo della sua assenza, come se questa fosse più forte della sua presenza…
Per rendere pubblica una violenza privata, l’esperienza deve essere portata in uno spazio collettivo. Doris Salcedo testimonia nei suoi lavori le violenze perpetuate nel suo paese: la Colombia. Per le sue installazioni a volte usa oggetti, mobili, vestiti e cose personali appartenenti alla persona scomparsa.
L’installazione Shibboleth, realizzata nella sala Turbine del Tate Modern di Londra nell’aprile 2008, è una fessura lunga 167 metri che ne percorre tutto il pavimento. Il termine shibboleth indica una parola o espressione che, per le sue difficoltà di pronuncia è impiegata da una comunità linguistica come contrassegno per distinguersi dai parlanti di altre comunità, che abbiano un'altra lingua o un altro dialetto. Rendendo il pavimento il punto focale del progetto, Salcedo sposta drammaticamente la percezione del visitatore sull’architettura della sala. La fessura rappresenta una frattura nella modernità e ci incoraggia a confrontarci con le verità scomode della nostra storia in modo trasparente e senza la minima autocommiserazione. E’ come se tutte le atrocità, le violenze e gli errori della nostra società fossero dentro quella fessura.

“La storia del razzismo”, afferma Salcedo, “corre parallelamente alla storia della modernità, e ne è il suo lato oscuro non dichiarato”. Per secoli le idee occidentali di progresso e prosperità sono state dirette dallo sfruttamento colonialistico. Il nostro tempo, secondo Salcedo, rimane caratterizzato dall’esistenza di enormi sotto-classi sociali delle società occidentali e post-coloniali.
Impressionante è l’installazione “Sedie”, ideata per l’ottava Biennale di Instanbul, nel 2003. Un vicolo tra due edifici viene riempito da 1.600 sedie. Un quartiere caratterizzato da negozi e piccole attività commerciali che la sera e nel week-end si svuota, viene all’improvviso animato da una forte presenza, invisibile ma tangibile.
Doris Salcedo elabora sculture e installazioni che hanno una funzione politica perché tutta l’arte secondo lei ne è sempre in qualche modo coinvolta. Usando oggetti domestici e personali ne trasmette i tanti significati – emotivi e sociali – accumulati lungo anni di vita quotidiana. A volte parte da eventi storici specifici, sottolineando i confini e i conflitti spesso guidati da fini economici.
"I bambini che soffrono per la violenza in Colombia sono stati testimoni di eventi orribili…Le loro esperienze e i ricordi sono al mio fianco mentre lavoro. Per questo considero il lavoro non solo mio,ma appartenente anche a loro. Senza questi bambini, esso non sarebbe stato possibile.".
Doris Salcedo è nata a Bogotà, in Colombia, nel 1958. Si è laureata all’Universitad de Bogota Jorge Tadeo Lozano (nell’80) ed ha ottenuto una specializzazione in scultura alla New York University (1984). Ha ricevuto un premio dalla Penny McCall Foundation nel 1993 e un riconoscimento dalla Solomon R. Guggenheim Foudndation nel 1995. I suoi lavori sono stati presentati in collettivi e in mostre a lei dedicate in tutto il mondo, inclusi Colombia, Brasile, Messico, Canada, Australia, Stati Uniti ed Europa. Attualmente lavora e vive a Bogotà.
A cura di SImona Cappellini

