ANNA SEGHERS

..Capivo, che non esisteva ciņ che non puņ essere descritto..

Anna Seghers: tedesca, ebrea, comunista, scrittrice, moglie, madre. Per ognuno di questi termini c’è da fermarsi a riflettere. Tante identità contraddittorie, che apparentemente si escludono, tanti legami profondi e dolorosi…” (Christa Wolf).

Netty Reiling, alias Anna Seghers (pseudonimo che scelse per pubblicare le sue prime opere) nacque a Mainz nel 1900 da una famiglia ebrea che le trasmise sin da piccola l’amore per l’arte (il padre era un antiquario ed esperto d’arte),  e morì a Berlino nel 1983.

Destò grande interesse con le sue prime opere narrative – notevole il suo primo romanzo, La rivolta dei pescatori di Santa Barbara-  per il quale ricevette ancora molto giovane – a 28 anni – il prestigioso premio Kleist. Il romanzo rivelava già la poetica di Anna, sulla cooperazione tra le persone per combattere le oppressioni. 

La sua attenzione nelle sue opere si concentrò sulla creazione di personaggi immersi nella contraddizione sociale e politica della sua epoca, anche se si distanziò dal realismo programmatico di quel periodo, ispirandosi a racconti, saghe e favole, con una buona dose di surrealismo. Si avverte anche la passione per Dostoievski nei suoi personaggi, soggetti confusi, tormentati, angosciati dalla vita.
 
In queste storie  ci sono molti personaggi disperati che si nascondono. Quando si scrive, devi farlo in maniera tale che dalla disperazione sorga la possibilità di qualcosa di nuovo, e dal nascondersi, il poter emergere.


Con l’avvento del nazionalsocialismo Anna fu perseguita dalla Gestapo, i suoi libri furono proibiti in Germania e fu anche arrestata.

Sia Anna Seghers, come scrittrice comunista, che il marito (sposato nel 1925), il sociologo ungarese Laszlo Radvanyi, direttore della scuola Marxista dei lavoratori, furono costretti ad abbandonare la Germania a causa della minaccia nazista nel 1933. Destinazione del loro esilio saranno la Francia, l’Austria, la Spagna e il Messico. A differenza di molti suoi colleghi la sua produttività letteraria non soffrì a causa dell’esilio. Al contrario, secondo molti critici letterari, si colloca proprio in questi anni il periodo creativo più interessante, tanto quantitativamente che qualitativamente. In questo senso è probabile che la aiutasse il fatto che il primo paese del suo esilio fu la Francia, paese che lei amava e la cui lingua dominava perfettamente. Allo stesso modo riuscì ad integrarsi nella lingua e cultura messicana, dove approdò con una fuga complicata con molte tappe intermedie.

Il Messico offrì asilo non solo a molti politici tedeschi esiliati, ma aprì le sue frontiere a numerosi intellettuali e artisti spagnoli e latino americani, e permise loro di continuare a lottare contro il fascismo. Una prova degli stretti legami che esistevano tra rifugiati di origini tanto diverse fu l’invito di benvenuto ad un pranzo che Anna Seghers appena arrivata ricevette da Pablo Neruda, allora console generale del Cile in quel paese. Questi contatti si convertirono in profonde amicizie. Jorge Amado disse che per lui e Pablo Neruda, Anna era come una sorella: “Nadie poserò en este mundo tanto incanto y fantasia come Ana – tanto, tanto” (Nessuno porterà in questo mondo tanto incanto e fantasia come Ana – tanto, tanto..) Anna Seghers farà più volte visita a Jorge Amado in Brasile, visite che saranno da lui contraccambiate, in seguito al ritorno di Anna in Germania.

Dal Messico Anna fa anche parte della redazione della rivista mensile di letteratura e critica “New Deutsche Blaetter” (Nuove pagine tedesche), che veniva stampata a Praga. Tra i redattori, il nome di Jan Petersen nella rivista appariva sostituito da tre stelle, poiché lavorava clandestinamente da Berlino.
Nell’introduzione del primo numero gli editori scrivono:

Non c’è neutralità. Per nessuno. Meno che mai per lo scrittore. Anche chi è silenzioso prende parte alla lotta; colui che spaventato e scosso dagli eventi, si rifugia in un’esistenza privata, che usa l’arma del linguaggio come un gioco o un ornamento, che si rassegna serenamente, si condanna ad una sterilità artistica e sociale e abbandona il campo al nemico.

La fama mondiale arriva ad Anna Seghers con la pubblicazione de “La settima Croce” scritto a Santo Domingo nel 1942, con una versione in inglese negli Stati Uniti e una in tedesco in Messico, uno dei libri di maggior esito, e due anni più tardi ricevette di nuovo tanta popolarità grazie all’adattamento cinematografico di  Fred Zinnemann. Il film, in cui recitava come attore principale Spencer Tracy, è tuttoggi uno dei più esemplari sul periodo nazista.  La storia tratta la fuga di sette prigionieri da un campo di concentramento. I nazisti erigono sette croci all’interno del campo, che avrebbero atteso i prigionieri fuggiti. Quattro di loro vengono catturati, un quinto muore naturalmente mentre sta raggiungendo la sua regione nativa, il sesto perde le speranze e fa ritorno al campo. Ma la settima croce, ovvero la settima tomba, rimarrà vuota. Il giovane George Heisler non sopravvive per abilità superiori agli altri, ma grazie alla complicità di una comunità virtuale di cittadini decisi a combattere la Gestapo. Per questo romanzo Anna Seghers intervistò testimoni e rifugiati, inserendo le loro reali esperienze nel libro. Nello stesso anno sua madre morì in un campo di concentramento.

Vivo qui perché posso conquistare la risonanza che tutti gli scrittori desiderano. Perché qui esiste una stretta relazione tra la parola scritta e la vita. Perché qui posso esprimere ciò per cui ho vissuto

Dopo la guerra Anna era ansiosa di rientrare in Germania, ma il suo ritorno fu tanto frustrante,  se non pericoloso, quanto lo erano stati i suoi sforzi per lasciarla. Arrivò a Berlino nell’aprile del 1947, e si stabilì prima nella Germania Federale, poi nella RDT, dove ricevette ancora premi per la sua opera e divenne, nel 1952, presidentessa dell’associazione degli scrittori della RDT. Molti degli scrittori tedeschi esiliati in realtà si stabilirono nella Germania dell’Est, al loro ritorno. Tra questi  Friedrich Wolf, Bertold Brecht, Ernst Bloch, Arnold Zweig, Jan Petersen, Eric Arendt.

I numerosi romanzi  e racconti di Anna Seghers furono valorizzati in forma molto diversa nelle due Germanie dopo la seconda guerra mondiale. Mentre nella Repubblica Democratica le furono riconosciuti premi letterari importanti oltre all’incarico di presidente dell’associazione degli scrittori dal 1952 al ‘78, nella repubblica federale la condannarono a essere ignorata e fu vittima della ostilità dettata dai criteri della Guerra Fredda, dovuta alla sua condizione di comunista. Ancora nel 1987, quattro anni dopo la sua morte, è possibile leggere nella famosa enciclopedia Meyer che “l’opera di Anna Seghers si caratterizza per la descrizione limitata delle lotte attuali del socialismo rivoluzionario… dalla prospettiva di un personaggio psicologicamente semplice”. Con questo si espone un giudizio politico che non è il frutto della lettura della sua opera letteraria. Solo dagli anni novanta si avverte una valorizzazione meno negativa dell’opera di Anna Seghers nei manuali di riferimento tedeschi. Sembra tuttavia essere un tabù in queste opere di consultazione parlare dell’importanza della sua letteratura, come è normale rispetto ad altri scrittori della sua categoria.

Raccontare ciò che mi stimola oggi e i colori delle favole. E’ questo che avrei voluto unire, e non sapevo come..

Nella sua scrittura Anna Seghers si avvalse di molti generi narrativi, ma non si lasciò mai tentare dalla tendenza di allora di cadere nel saggio o nel romanzo documentaristico. Narrare significava per lei anzitutto raccontare storie. La riflessione, lo studio e altre considerazioni non appaiono come elementi epici indipendenti nella struttura dei suoi racconti e romanzi. Il suo stile sintetico, duro ma toccante, deriva da una grande capacità di osservazione e di sintesi delle diverse realtà, di cui si documentava sempre con molta attenzione. Dalle sue storie sembra inoltre emergere l’affermazione che la forza e la volontà di resistere non sono patrimonio esclusivo dei militanti e dei guerriglieri, ma anche di persone a-politiche, gente comune, della strada, come un parroco, un medico, un giardiniere, purché le forze si uniscano in un comune interesse.

Tra le sue opere principali si ricordano, oltre ai romanzi sopra citati, La via di febbraio (1935) – che tratta la rivolta del movimento operaio contro il regime di Dollfus in Austria -,  Visto di transito (1948) – che riporta l’esperienza di molti rifugiati, tra cui lei stessa, in attesa di un nuovo destino. Un crocevia di vite in cerca di una porta per la libertà, che per un breve periodo condividono sogni, paure e speranze nella Marsiglia del 1940 -, I morti non invecchiano (1949), La decisione (1959) e i racconti La forza dei deboli (1966). 

Anna Seghers ottiene anche un “cammeo” in Goodbye Lenin, film ‘Östalgie’ (termine tedesco derivante da Öst  (Est)  e Nostalgie  (nostalgia), riferito in particolare al carattere della vita di tutti i giorni nella DDR, scomparso dopo la caduta del muro e assorbito dal capitalismo e dalla cultura occidentale).

Nel suo testamento Anna Seghers chiese che la sua opera contribuisse ad aiutare i giovani artisti della DDR e nel 1995 fu istituita la Fondazione Anna Seghers.

Attraverso l testi che abbiamo selezionato (da scaricare tramite il link) invitiamo i lettori a farsi la propria immagine dell’autrice, che consideriamo di grande valore non solo per l’attualità di molti dei suoi argomenti, ma anche per i tesori letterari che conserva.

Per mezzo del racconto “La gita delle ragazze morte”, che tratta una gita sul fiume con le compagne di scuola, Anna Seghers riporta gli avvenimenti che hanno contrassegnato la storia tedesca tra il 1927 e il 1945. Da un altro tempo e un altro luogo, ormai anziana e malata, l’autrice si ritrova come d’incanto in quel giardino sulle rive del Reno, riascolta le voci delle sue giovani compagne, le cui tragiche vicende ci vengono rivelate quasi come un dettaglio, e immagini crudeli ci appaiono all’improvviso, proprio come un fulmine nella soleggiata e spensierata giornata della loro gita.

Riportiamo inoltre un brano tratto da “La settima croce”. E’ un momento toccante, di enorme carico emotivo,  in cui il personaggio che decide di arrendersi e consegnarsi alla Gestapo rivela a George (l’unico che si salverà) la sua decisione, cercando di persuaderlo che la loro fuga è solo una follia, una lenta danza verso la morte, che non fa altro che prolungare l’agonia. E’ un frammento di alta letteratura, con immagini forti che lasciano con il fiato sospeso.

a cura di Simona Cappellini

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