Maja Bajevic

La lunga erba dorata assomiglia ai capelli di una ragazza. Io l’aiuto a pettinarsi. Mi ha fatto pensare ad un sogno, mi ha ricordato il tempo in cui andava ancora tutto bene.. (frase riferita all'installazione "Green green grass of home")

Otto mesi. Con questa idea Maja Bajevic lascia il proprio paese per trascorrere un periodo di studio all’estero. Otto anni. Tanto dovrà aspettare Maja per poter rimettere piede nella ex Jugoslavia.
Quando si vive in guerra, confini, identità, certezze e appartenenze si sgretolano sopraffatte dagli eventi e ciò che solo poco prima era una ricchezza, come la diversità, può diventare causa di persecuzione.
Maja Bajevic ha vissuto questa esperienza nel pieno della sua maturazione artistica e, forse anche grazie alla lucidità causata dal distacco forzato dalla propria terra in guerra, ha saputo comunicare alcune delle più complesse problematiche contemporanee con uno stile delicato e sottile, proprio come lei.

Maja Bajevic nasce a Sarajevo nel 1967 e qui cresce nei tempi in cui la città rappresenta un esempio di convivenza e di confronto interetnico, famoso per la diversità culturale, religiosa e etnica che lo contraddistingue. Nel 1989 l'artista si trasferisce a Parigi grazie a una borsa di studio del governo francese e durante il suo soggiorno l’occupazione di Sarajevo rende fisicamente impossibile ritornare alla sua città di origine. In Francia Maja continua così i propri studi diplomandosi all’Ecole Nazionale di Parigi e al momento del diploma il suo lavoro è già maturo e ben delineato.
Sospesa tra un paese che non è il suo e una casa cui non può fare ritorno, Maja Bajevic si sente profuga - anche se di una patria che non esiste più – e a poco a poco elabora alcune delle riflessioni che costituiranno il cuore della sua ricerca artistica. Al suo ritorno a Sarajevo, diversi anni dopo, Maja troverà una città molto diversa da quella che aveva lasciato, una città in cui la diversità non è più un valore ma un ostacolo e dove l’intolleranza religiosa e il nazionalismo hanno preso il posto del pluralismo e della convivenza.

La vita artistica, nella ex Jugoslavia di fine anni Novanta, si sta lentamente svegliando dal torpore cui una lunga guerra l’aveva relegata e a fatica torna a respirare. L’esperienza vissuta è presente in modo tangibile nelle opere dei giovani artisti ed è in questo periodo e in questo contesto che Maja arricchisce il proprio lavoro di nuovi aspetti sociali, politici e psicologici, prendendo parte attiva alla ripresa della scena artistica contemporanea della città con la partecipazione a collettive annuali e la realizzazione di progetti personali.

Una diaspora durata otto anni e lo status di nomade non scelto bensì imposto da eventi fuori dal proprio controllo hanno ispirato a Maja Bajevic una particolare attenzione verso il tema dell’identità. 
Identità individuale e collettiva, privata e sociale, scelta e imposta. Un concetto denso e in realtà sfuggente, quello di identità, dai confini labili e restio a lasciarsi racchiudere in una definizione preconfezionata e autosignificante, prestandosi ai giochi e agli slittamenti di senso cui i tempi ci hanno ormai abituato.

L’interesse dell’artista è catturato soprattutto dalla sottile linea di demarcazione che separa e unisce pubblico e privato, femminile e maschile, così come le diverse identità sociali, nazionali, politiche. Il punto di partenza per ogni esplorazione è sempre interno, nasce dalla propria esperienza personale ed è strettamente legato alla propria identità femminile. Inevitabile è quindi il richiamo alla separazione, all’abbandono del proprio paese, alla complessa relazione tra memorie, storie e culture diverse e alla migrazione.

Esempio dell'analisi della relazione tra pubblico e privato è la performance/installazione I did not know (2002), realizzata nella piazza principale di Graz, Austria. In un labirinto di vetro che racchiudeva un accogliente salotto con TV, una coppia commentava immagini e suoni di guerra, rispondendosi a vicenda “Non lo sapevo”. L'installazione rimase nella piazza per un mese.

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Nelle performance dal titolo Women at work un gruppo di donne, profughe di Srebrenica, sono spiate mentre lavano, cuciono o ricamano, simbolo dello sforzo di ricostruzione della comunità di un paese devastato dalla guerra e che ha bisogno di riprendere le fila della propria storia per tornare alla normalità. Pazienti e minuziosi, i gesti svelano un universo femminile nella sua intimità e nella sua solitudine e si fanno depositari di senso e storia, mentre le loro artefici esprimono con questi “piccoli niente” la loro solidarietà.
Ad aprire la serie di installazioni Women at work è la performance Dressed up, in cui l’artista si confeziona un vestito a partire da pezzi di tessuto dipinti con la mappa delle diverse regioni della ex Jugoslavia, a rappresentare la natura intima e quotidiana di qualcosa di tragico e apparentemente impersonale come la disintegrazione di uno stato. Ancora una volta le identità si mescolano e si incrociano a creare un tutt’uno indistinto, testimonianza della complessità che contraddistingue la vita e le relazioni e che tuttavia cerchiamo tenacemente di risolvere imponendo soluzioni totalizzanti e sforzandoci caparbiamente di conciliare gli opposti. Qual è il senso di tutto questo? Perché non accettare semplicemente che una domanda possa avere più di una risposta e più punti di vista possano essere ugualmente validi? È quanto si chiede Maja nella videoinstallazione I Like - I Don’t (1998-2000) realizzata a quattro mani con Danica Dakic, nella quale le due artiste pronunciano in lingue diverse frasi che si contraddicono, senza per questo risultare meno vere.
I lavori di Maja Bajevic si soffermano anche su religione e ideologia, ed è impossibile a questo proposito no citare il lavoro Avanti popolo, una installazione sonora in cui risuonano canzoni patriottiche da tutto il mondo, così come gli inni di vari regimi politici – inclusa la famosa canzone italiana da cui l'installazione prende nome. Identità nazionale, patriottismo, spirito collettivo, unità e senso di appartenenza, sono argomenti molto convenienti che posso divenire positivi o negativi, a seconda del contesto storico. I visitatori della mostra/installazione assistono ad un susseguirsi di canzoni fino a rimanere sopraffatti da una risonanza cacofonica di musica e parole discordanti. Il risultato è uno scenario assurdo che risulta un commento singolare al concetto di nazionalismo.

Il tema della religione emerge invece dal lavoro Double – Bubble, un video in cui l'artista solleva la questione della dualità religiosa dell'etica e della morale. La religione è un altro elemento che gioca un ruolo politico e sociale estremamente significativo nella costruzione delle gerarchie del potere. I valori e le regole generate dalla Chiesa spesso contrastano realtà crudeli, che si materializzano “nel nome di Dio”, spesso usato come una scusa per reprimere, discriminare e mettere ai margini.

7Molta attenzione è anche dedicata alla conflittualità tra l'idealizzato e la realtà. Nel suo primo lavoro (su web) I wish I was born in a Hollywood movie (vorrei essere nato in un film di Hollywood), Maja focalizza come la 'macchina hollywoodiana' crea un conflitto nelle menti delle persone tra le immagini generate dai film commerciali e dure realtà quotidiane di tutti i giorni. Il lavoro, un progetto fotografico su web, è costituito da una serie di immagini sovrapposte che rimandano al cinema noir, con la possibilità di effettuare diversi percorsi per navigarle. Le foto, scattate da Maja a Mexico City, Parigi, Stoccolma, Amsterdam, Venezia e in altre città, rappresentavano immagini tristi e in qualche modo nostalgiche: interni in stato di decadimento, finestre senza vista, muri macchiati erano accompagnati da una colonna sonora fatta di rumori come il bussare ad una porta, aerei sopra le teste, vetri che si rompono e musicisti di strada. Per le molte persone che non hanno neppure la più lontana speranza di raggiungere le vite idealizzate rappresentate nelle culture popolari, Bajevic suggerisce uno stato di perpetuo nomadismo – vivere in esilio da una vita di 'happy endings' sicuramente poco verosimile alla realtà.

Maja Bajevic si esprime attraverso performance, video e installazioni che sono state proposte in Europa e negli Stati Uniti. I suo lavori, caratterizzati da un diretto coinvolgimento emotivo e performativo nonché dall’assunzione di un punto di vista personale e dichiaratamente femminile, trattano di questioni fondamentali nella coscienza contemporanea come l’identità, i confini tra sfera pubblica e privata, l’ideologia, la memoria, e si contraddistinguono per il linguaggio sottile e delicato con il quale solleticano l’attenzione dello spettatore inducendolo a riflettere sull’assurdità di certi assunti costruiti e sulla complessità di significati che si celano dietro i gesti apparentemente più banali.

Bajevic ha partecipato a numerose mostre, inclusa la 50° Biennale di Venezia (padiglione Bosnia-Herzegovina); Blood & Honey: Future’s in the Balkans, Sammlung Essl, Klausterneuberg, Austria (2003); Biennale di Valencia, Spagna; Biennale di Instanbul, Turchia (2001), Manifesta 3, Ljubljana, Slvoenia.

a cura di Adem Softic e Giulia Guerrini

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