SHIRIN NESHAT
“Sono stata attenta, in tutta la mia esplorazione (...), a non puntare mai il dito, ma sento che siamo giunti al punto in cui la mancanza di una posizione sia essa stessa una presa di posizione”.
Volti, palpebre, mani e piedi ricoperti di versi di poeti arabi medievali. Donne dallo sguardo scuro e intenso che abbracciano fucili. Sono gli scatti della serie “Women of Allah” che hanno reso celebre l’iraniana Shirin Neshat in tutto il mondo e che, a distanza di oltre dieci anni, continuano ad accompagnare la rappresentazione occidentale della figura femminile nel mondo islamico. Il lavoro di Shirin Neshat - artista visiva che rifiuta di collocarsi in una sola disciplina perché, dice, “non sono nulla interamente, sono nel mezzo” - è però maturato notevolmente da quei primi lavori sinceri ma un po’ ingenui e costruiti, come lei stessa li definisce. Un lavoro, il suo, che scaturisce dall’urgenza di dare una forma concreta alla propria insofferenza verso una visione unilaterale del mondo, verso la pretesa di giudicare assumendo i propri personali criteri (occidentali, in particolare) a parametri universali.
Allontanamento e riavvicinamento:una questione di identità
Accade molto spesso che chi si trovi, costretto dalle circostanze o per volontà propria, a lasciare il paese d’origine e ricominciare una vita altrove contribuisca più o meno consapevolmente ad alimentare un meccanismo di conformazione e in certi casi assimilazione alla cultura “egemone”, accettando modelli concepiti da altri per altri contesti sociali e culturali nel tentativo di trovare un proprio spazio nella comunità di arrivo. In particolare, come già molti hanno sottolineato, questo meccanismo agisce prevalentemente a senso unico ed il marchio di “prodotti occidentali” sembra oggi garantire la modernità, l’universalità e la spinta al progresso.
Ha soli 17 anni Shirin Neshat quando arriva all’Università di Berkeley, California; è il 1974, in America imperversa ancora lo scandalo Watergate, scoppiato due anni prima, mentre in Iran si ascoltano alla radio i discorsi dell’ayatollah Khomeini dall’Iraq, inneggianti al ritorno alla rigidità dei costumi contro la politica di laicizzazione dello Stato intrapresa dallo scià. Di lì a poco le tensioni da tempo latenti sfoceranno in una rivoluzione che porterà alla fuga dello scià Reza Pahlavi e al ritorno dall’esilio di Khomeyni, il quale si proclamerà guida spirituale della “repubblica islamica” da lui fondata.
Mentre in Iran maturano importanti cambiamenti sociali, seguiti dallo scoppio della guerra contro l’Iraq, Shirin si sforza di adattarsi alla sua nuova condizione di immigrata in un paese straniero, e sola senza famiglia, terra né ambizioni, le accade quello che il suo paese stava vivendo sotto lo scià: il collasso della propria identità in un’altra, quella Occidentale. In una situazione del genere non poteva esserci spazio per l’arte, perché – come lei stessa dice – non esistevano le tensioni e gli scontri interiori da cui l’arte scaturisce e a distanza di molti anni Shirin ricorderà quel periodo come uno dei più difficili della sua vita.
Il 1990 è un anno cruciale per l’artista, perché dopo sedici anni Shirin fa ritorno in Iran e, in una sorta di processo inverso rispetto a quello che aveva portato il padre a mitizzare l’Occidente, si ritrova a supportare la rivoluzione, non tanto per i suoi effetti quanto per l’impulso da cui si era generata. Finalmente Shirin sembra avere ritrovato il proprio spazio e nell’impegno sociale accanto alla propria gente sente di essersi riconciliata con un’identità da cui molti anni prima si era allontanata. È a questo punto che Shirin inizia ad avvertire che “l’attivismo non è poi una cosa tanto brutta” e l’arte diventa una naturale espressione di questa nuova consapevolezza.
“Sono molto interessata alla giustizia sociale e se un artista ha il potere di essere ascoltato e dar voce a qualcosa di importante, allora è giusto che lo faccia. Dovrebbe tuttavia farlo in un modo che non sia aggressivo né apertamente didattico. Sto cercando di trovare le giusta forma”.
La poetica
Il ritorno in Iran è per Shirin Neshat un ritorno a se stessa e l’artista arriva ad arrabbiarsi con i propri genitori per averle impedito, mandandola negli Stati Uniti, di vivere i difficili anni della rivoluzione con la propria gente.
Non dobbiamo pensare, però, che il lavoro di Shirin sia teso ad una rivendicazione di uguaglianza per il popolo femminile o ad una denuncia delle violenze cui pure le donne iraniane sono sottoposte nel loro paese. Quello che anima la poetica di Shirin Neshat è al contrario il tentativo di ribaltare l’idea, tipicamente maschile e prevalentemente occidentale, che esistano un solo mondo e un solo punto di vista razionale dal quale osservarlo.
I suoi primi lavori, tra i quali la citata serie fotografica “Women of Allah”, sono animati dal tentativo di credere in qualcosa di positivo riguardo all’Islam per riappropriarsi delle proprie radici culturali più profonde, e di dare dunque una “giustificazione” ai suoi precetti al di fuori della razionalità propria del sistema di pensiero occidentale. “Forse per dire: questo non ha senso secondo la tua razionalità occidentale. Ma non puoi giudicare quelle persone secondo il tuo personale sistema di pensiero”.
Shirin inizia così una sorta di idealizzazione dell’Islam e individua nella figura delle “donne di Allah” il proprio soggetto, in quanto incarnazione del sistema valoriale di quella società.
A poco a poco, però, l’artista sperimenta un cambiamento nella propria sensibilità nei confronti del mondo e si rende conto di come questo si regga su un precario equilibrio tra opposti che ha come inevitabile conseguenza lo scontro tra opposti. Da questo momento in poi, i suoi lavori (sempre più caratterizzati da uno slittamento verso la video arte, pur mantenendo l’impronta pluridisciplinare che permette all’artista di “sentirsi libera”) mettono in scena il sistema di opposti che governa le vite di tutti noi collocandolo però nella società islamica, nel suo universo femminile costretto dai controlli sociali cui il corpo e lo spazio pubblico sono sottoposti. Il risultato è una tensione creativa molto vicina al dramma.
L’estetica degli opposti
La filosofia delle contrapposizioni essenziali che governano la vita trova un’immediata e naturale manifestazione estetica a partire dal 1998, con una serie di video installazioni caratterizzati da due schermi contrapposti o accostati in cui vengono proiettati situazioni, tensioni, stati dell’animo e del fisico che nella loro auto-evidenza sono la manifestazione più immediata delle costruzioni e dei tabù che regolano la vita dell’uomo e della donna nella cultura islamica. Si tratta generalmente di tabù provenienti dall’esterno ma, ci mette in guardia l’artista, altrettanto insidiosi sono i tabù che abbiamo dentro di noi, cui non riusciamo a sottrarci nemmeno quando sottratti allo sguardo dell’altro e che tutti, indipendentemente dalla cultura di appartenenza, portano con sé.
Obiettivo della sua ricerca artistica è dunque rappresentare l’ipocrisia e l’assurdità delle costruzioni sociali e mostrare come l’individuo possa essere al tempo stesso vulnerabile e potente nel farsi carico del proprio destino e rifiutare di essere oggetto di un continuo controllo morale e spirituale.
L’Islam offre all’artista un terreno di riflessione particolarmente ricco e significativo, pervaso dal conflitto-dialogo tra tradizione e contemporaneità, vecchio e nuovo, donne e uomini. Il problema, in questo contesto, non è schierarsi o denunciare (atteggiamento che Shirin Neshat ha sempre rifiutato venendo a volte accusata di non prendere posizione), ma riflettere e spostare lo sguardo dai luoghi comuni che caratterizzano la percezione della cultura islamica e in particolare della donna musulmana nella società occidentale. Su questo Shirin ha potuto lavorare in modo consapevole e profondo, nella sua posizione di cittadina di un paese occidentale, e ritrovare radici nella propria terra, cosa che l’ha portata a definirsi un “prodotto transculturale” e che allo stesso tempo (non bisogna dimenticarlo) le ha permesso di affrontare argomenti e tabù con una libertà ed una schiettezza che i pesanti vincoli sociali e politici vigenti in Iran non le avrebbero consentito.
Metafora e mistero
Sebbene centrato sulla realtà socio-politica del suo paese e, più in generale, sulle principali manifestazioni della cultura islamica, il lavoro di Shirin Neshat cerca di raggiungere la sensibilità più intima delle persone, toccando corde che appartengono a qualsiasi cultura e società perché parte della percezione individuale. Quello che tanto i primi scatti quanto gli ultimi video manifestano è la ricerca di un linguaggio allo steso tempo significante e delicato, che non dica o tanto meno spieghi ma si limiti a suggerire. Non a caso, una notevole influenza ha giocato sulle sue opere cinematografiche Abbas Kiarostami, anche lui iraniano e anche lui capace di raccontare verità stringenti attraverso un’estetica estremamente delicata, attraverso un distacco che rende i suoi film “culturalmente specifici sebbene non nutrano una superficiale curiosità nei confronti dell’Islam”. Come in Kiarostami, dunque, il reale si fa astratto e metaforico, una sorta di viaggio mentale che però non abbandona mai la capacità di far riflettere sulla perenne lotta dell’individuo per il controllo del proprio destino e della propria identità.
Per quanto un processo di maturazione evidente separi i suoi primi lavori da quelli più recenti, quello che senz’altro percorre tutta l’opera di Shirin Neshat è uno sguardo profondo e disincantato delle forze opposte che operano su ognuno di noi e che l’artista riesce ad esprime con uno stile efficace quanto discreto e pudico. I suoi scatti, così come i video e le performance, ci mettono di fronte alla differenza sessuale come esplicativa del senso delle cose che contano per capire il mondo. Costringendo lo spettatore ad osservare due separati piani visivi e talvolta spezzando l’immagine in due, l’artista lo mette di fronte a una separazione che si fa opposizione fisica tra principi (quali uomo-donna, pubblico-privato, pieno vuoto, razionale-irrazionale) universali ma al contempo particolari, declinati in modo incredibilmente diverso a seconda dei contesti socio-culturali di riferimento.
a cura di Giulia Guerrini




