SARAH ZUHRA LUKANIC

La scrittura è la mia unica certezza...



Ciò che mi colpisce nella scrittura di Sarah Zuhra Lukanic, scrittrice Croata migrante, è il tono, la sua orma personale. In ogni suo scritto si avverte la piena naturalezza e spon-taneità, il suo vero modo di essere, svincolato dalle influ-enze esterne, dai giudizi, dalle aspet-tative. E da quel tono di scrittura passa anche il suo vissuto, quanto ha amato, quanto si è dissipata, trattenuta e conservata. In questo, vedo il vero talento narrativo: tutto ciò che di vero e importante ci arriva, ben al di là delle tematiche affrontate, della ricerca stilistica, delle tecniche narrative, in maniera diretta e immediata, mettendo in risalto la naturalezza di ogni accadimento.


“Le lezioni di Selma” (ed libribianchi, Milano) è lo straordinario romanzo che tratta la storia di una donna ebrea (moglie e madre), sposata a un musulmano, che durante l’occupazione di Sarajevo si ritrova suo malgrado a vivere un rapporto intenso e allucinato con un capitano dell’esercito serbo, quindi, con il nemico.

“(...)Il capitano stava davanti a me, adagiato sul divano mentre io suonavo. – Sai, Selma: i ragazzi c’insegnano come assorbire la guerra e come impedire di bruciare dentro qualsiasi speranza. Sono l'unica risposta a questo caos! Bisognerebbe seguire il loro illibato istinto… Forse ci possiamo provare… Salire una cima dove non ci porta la ragione. Forse anch’io non avevo previsto tutto ciò…
Si mise a parlare di quei bastardi degli inglesi; tanto amici del popolo serbo, ma te lo mettevano in quel posto proprio nel momento in cui avevi realmente bisogno del loro sostegno. Mi accennava a una gran foiba, nella quale lo spirito degli europei, antico e puzzolente, ci voleva buttare tutti. Quei bastardi avevano commesso un errore madornale. I serbi non erano specializzati in lezioni di stile, che avevano acquisito solo da qualche tempo dai francesi. Erano, da sempre, piuttosto esperti di strategia militare; guerrieri dei balcani: rozzi e seduttivi nello stesso tempo. Buoni a giocare a pallone e gentiluomini con le belle donne, ma, sorprendentemente, si scioglievano da tutto l'odio acquisito davanti a una canzone zingara accompagnata dall’odore di šljiva. E io, dentro di me, riconoscevo quella mentalità brutale ma affascinante (...)”


S.C.: Sarah, come è cambiata la tua scrittura nel passaggio dal tuo paese di nascita all'Italia, e soprattutto in seguito al cambiamento di lingua? Pensi che ci siano stati cambiamenti di stile, di tematiche o della poetica? E in che modo la tua storia personale ha influito sulla tua scrittura?.

S.Z.L. “Il mio rapporto con la scrittura è piuttosto singolare. Nell’ex-Jugoslavia dove regnava Tito e dove ho passato il mio percorso scolastico tra il liceo classico di Spalato e l’università di Fiume, non mi ero accorta dell’importanza viscerale che ha la scrittura su di me. Scrivevo già da piccola versi assai spinti per l’età di un’adolescente, e già da piccola sentivo la straordinaria musica dei versi erotici di Gabriel Garcia Lorca, al quale dedicavo interi sonetti. Ero un animale sciolto. Direi che scrivevo come oggi, con un’incoscienza innata, che mi appartiene, un po’ selvaggia per alcuni salotti austroungarici, ma forse in quel periodo non avevo nessuna ambizione. Direi che pensavo a divertirmi con i miei amici nel teatro studentesco, una specie di teatro alternativo che si era formato su l’insegnamento del grande Grotowski e della sua Lanterna Magica. L’incontro con la lingua italiana non è stato drammatico, anzi avevo l’occasione di approfondire meglio la lingua parlata dalla mia nonna paterna Viktoria Burul, originaria di Udine. Avrei potuto leggere Dante e Calvino in originale e quello mi pareva un buon traguardo. Nel giugno 2004 ho scelto di tornare a scrivere di nuovo e questa volta nella lingua del paese dove risiedo. Anche qui c’entra l’incoscienza in persona; il mio stile però, non ha subito nessuna modifica radicale. Sono solo un po’ meno selvaggia e la mia scrittura ne ha risentito.

Si comincia a scrivere come dice la grande Agota Kristof nel suo libricino “L’Analfabeta” “quando verranno giorni cattivi”. Io aggiungerei che è l’unica cosa che so fare. L’Italia è un paese che adoro, a volte mi capita di difenderla dagli stessi Italiani che spesso la criticano troppo. Roma mi assomiglia, è barocca e pigra come me, a volte mi pare piccola piccola. In Croazia purtroppo non ho nessun familiare, a eccezione della tomba di mio padre a Spalato. La diaspora della mia famiglia (mio padre fiumano e madre con i profumi del medio-oriente) è proseguito: così le mie sorelle e i nipotini sono sparsi su quasi tutti i continenti, tra Canada, Arabia Saudita e Libia. La tomba di mia madre è qui a Roma.

Forse, questa diaspora naturale ha influito sulla mia scrittura nel conoscere i mondi diversi, le persone che pensano diversamente da me, i colori, i silenzi, di imparare tanto dagli altri; probabilmente il mio corpo era solamente un contenitore di storie di altri che alla fine dovevano uscire fuori. Le tematiche variano, a volte mi affascina il passato lontano, poi magari mi piace frugare nel mondo del fascismo o degli anni di piombo, nel vortice di politica europea di oggi, e alla fine improvvisamente mi incuriosisce il mondo degli adolescenti e il mare. Mi piace ascoltare le persone e osservare, vagabondare per Roma in cerca di curiosità, fregarmene di quello che succede. Penso che non potrei mai vivere in campagna, mi sento bene nella città stretta stretta come un’ape.”

Si entra subito in un ambiente domestico nelle sue Ciacole Triestine (menzione speciale al Premio Trieste – scritture di frontiera '05), dove Sarah restituisce un perfetto ritratto di Vrhnika, la città slovena di cui si descrivono i personaggi con perfetti ritratti psicologici,  si respirano i profumi, si apprezzano i costumi, così come  restituita è l’atmosfera multiculturale e di confine di Trieste.

 “Non gli andava di camminare con quella camicia sottratta a un morto e durante il suo soggiorno triestino comprò una sciarpa rossa, rossa come le ciliegie. I deliziosi negozietti del ghetto ebraico che addobbavano quella fatata città, erano una specie di malinconica casbah balcanica, dove Ivan sentiva l’odore della farina di carrube, venduta da quelle parti a poco prezzo. Poi l’odore dello strutto e delle lonze appese alle botteghe greche, con le torte salate ben in mostra, e dall’altra parte le panetterie degli ebrei, dove si preparava pane all’azzimo, il migliore. Poteva udire i commenti dei commercianti di Istanbul che andavano ghiotti di quelle prelibatezze a loro proibite. Una volta sentì uno di loro dire:

1.
Effenti! Gli italiani dentro quei biscotti mettono il maiale
2. I biscotti di maiale. Tu abusi della mia pazienza.

Erano due turchi, che tra una polemica e l’altra sterminavano tutti i biscotti secchi, fatti con lo strutto e non.
(…)
Suo cugino Milan gli aveva detto che Renza era l’addetta agli sverginamenti dei fanciulli della zona; diceva che sicuramente era pulita visto che metà della sua giornata la passava in mezzo al sapone. Ma Ivan prediligeva le sgualdrine triestine; la pelle di Renza aveva la ruvidità di un osso di seppia. E per lui, comunque, il più bel ponte di gambe l’aveva sua madre, bianco e monumentale, intatto e da adorare sempre. Quando sua madre estendeva le gambe, Ivan si tappava le palpebre perché si sentiva come un adolescente preso con la farina nel sacco di un acerbo onanismo.
Si sentiva zuppo dell’odore portato da Trieste, a Ivan sembrava che dentro la testa sbattesse dannatamente una porta e bisognava scrivere finché reggeva la ciucca.”



S.C.: Quali sono state le tue fonti di ispirazione (se ce ne sono state) e quali autori leggi oggi?


S.Z.L. “Non ho fonti di ispirazione ben coordinate. Sono le mie passioni, che cerco di approfondire come ad esempio il calcio, la fede, l’adolescenza, le persone semplici e curiose, gli emarginati, le conseguenze della guerra, tutto quello che mi sbatte addosso, le ingiustizie, il vino e il mare. Leggo e rileggo alcuni libri che mi accompagnano da sempre, come Dante, Joyce, Kristof, Musil, Chatwin, Kafka, Sepulveda, Calvino. Poi scopro l’incantevole mondo di Salvatore Niffoi. Sicuramente il libro che non mi abbandona mai è il “Dizionario degli errori e dei dubbi della lingua italiana”. Si esplora sempre.”


“ (…) Nell’oscuro della guerra il sole
si presentava come un souvenir,
socchiuso e quasi schiacciato sotto le tapparelle
al civico 42 di Via di Romagna.
Dal’altra parte c’era Oleine Berlin.
Sotto il Colle di Scorcol,
dove era sovrano L’Ordine,
dove uscivano gli ufficiali con gli stivali
Neri portati a lucido,
che scricchiolavano e che lasciavano le strie
Lungo il corridoio.
A volte passavano le ore
Senza che da laggiù provenisse qualcosa
A volte sentivo le manine di Minerva sudaticce.
La mia sorellina era cieca fin dalla nascita.

- Alfio, si vede la guerra da lì, da fuori?

Mi chiedeva Minerva.

- Di che colore è la guerra
-
Fuori c’è il Buio

Le dicevo io

- Nera. La guerra è nera

Buu…. Buu..

- allora se è così, la posso vedere anch’io

I
nsisteva Minerva.

- Proprio buio? Nulla di nulla?

- Sì, sì. Nero Buio.

Dicevo io.

Allora è com’essere ciechi

Ripeteva mia sorellina ed era come se dopo la sua scoperta
Tornasse tutto in un ordine assurdo. (…)
Quella sera siamo cresciuti entrambi;
così, all’improvviso.
Per colpa della guerra e
Di quella puzza che proveniva dalla finestra,
siamo diventati Grandi.
Io ero pronto per combattere,
Minerva era pronta ad aspettarmi.
Ero in partenza per cercare
Il sole che si era nascosto dietro il Carso (…)”

(tratto da “Auf Wiedersehen Trieste (Il taccuino di Alfio Bianchi – Un soldato stanco)”

S.C. Che cosa risponderesti alla domanda "perché scrivi"?

“S.Z.L. “Per me la scrittura è l’unica mia certezza. Mi permetto di parafrasare Agota Kristof quando dice che “la cosa certa è che avrei scritto, in qualsiasi posto, in qualsiasi lingua.” A volte è una necessità, la mia unica salvezza, un bisogno a volte fisico, posso scrivere sulle cartoline della pubblicità, su fogliettini vari, con la musica a palla, dentro il caos cittadino, appoggiata su qualche scoglio di pietra lavica. Non so cosa mi guida, mi viene naturale. Ma se ci penso, potrei risponderti che scrivo per raccontare le storie che la gente mi racconta, che vuole sapere e sentire, che mi scarica addosso per la fatica di vivere, perché vivere a volte è faticoso.”

S.C. Quale sarà il tuo prossimo lavoro?

S.Z.L. “Sto lavorando su una storia assai curiosa. Mi ha catapultata nella Roma del 1478, dove ha vissuto Katerina di Bosnia, Regina terziaria francescana, l’ultima regina di questo paesino travagliato che sta sul ponte tra oriente e occidente; entrambi i suoi figli furono rapiti dai Turchi. E’ stata sepolta nella chiesa capitolina dell’Aracoeli. Sarà una specie di giallo storico che ci riporta al giorno di oggi dove una giovane ricercatrice belga si intreccia con un mistero sepolto da secoli, ma nello stesso tempo vive una storia parallela. Anche qui c’è una storia vera di due donne che appartenevano ad altre epoche, ma che hanno tante cose in comune.”

(maggio 2007)

Sarah Zuhra Lukanić è nata in Croazia nel 1960. Dopo gli studi classici, si è laureata in Letteratura all’Università di Fiume. Nel 1974 ha ricevuto il “Premio Internazionale per i Giovani Poeti Europei”. Ha lavorato come addetto stampa per il Teatro Nazionale di Spalato e ha collaborato con quotidiani di Spalato e di Fiume come critico teatrale.
Nel 1987 si trasferisce in Italia, dove lavora a Roma per 16 anni come barista e sommelier. Dal giugno 2004 ha scelto di scrivere in lingua italiana e ha conseguito diversi riconoscimenti in alcuni importanti concorsi letterari tra i quali: “Trieste Scritture di Frontiera − Premio Umberto Saba”, Trieste 2005, e il Premio “Io e Roma”, Comune di Roma 2006.
Nel 2006 vince il Premio Viareggio Letterario-Giornalistico “Mare Nostrum”, con la raccolta di racconti Rione Kurdistan, e il primo premio per la poesia nel Concorso Internazionale “Amico Rom”.
Le Lezioni di Selma (edizioni Libribianchi Milano, 2007) è il suo primo libro pubblicato.

a cura di Simona Cappellini

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